«Spugne e spazzole per ripartire» L’impegno di volontari e cittadini

Nelle strade persone di tutte le età: «Ma il problema è nelle case e nelle scuole»

Autocritica – Anche chi era al corteo ora dice: «Gli incappucciati non sono stati isolati con forza» I quartieri Già da venerdì sera italiani e stranieri al lavoro «per rimediare a questa brutta figura»

La rabbia e l’orgoglio di Milano, che non si arrende alla barbarie. Ma «recupera, ripara e rinasce», come diceva ieri mattina con la saggezza della sua terza età Roberto Argnani, 72 anni, del Giambellino. Uno dei tanti volontari arrivati da tutti i quartieri per ripulire lo sfregio e il disastro. Il Comune è partito subito. Ha messo in sicurezza case e negozi e rimosso le auto incendiate, grazie al lavoro straordinario di Amsa, dei Vigili del Fuoco e del Nucleo Intervento Rapido. Ma appena è stato possibile sono scattati anche loro. I cittadini.

Si sono messi lì, armati di spugne e detergenti d’emergenza, sotto la pioggia, a sistemare vetrine imbrattate e marciapiedi pieni di detriti, già venerdì sera. Hanno continuato sabato, col sole: in via de Amicis, in via Carducci, in piazzale Cadorna.

Il tam tam corre sui social network attraverso la pagina facebook «Nessuno tocchi Milano». In 24 ore ha raggiunto quasi diecimila «like».

Amato
Uno scatto d’orgoglio «verso chi ha offeso Milano e i milanesi», per usare le parole di Andrea Amato, fondatore di Retake Milano, costola dell’Associazione Nazionale Graffiti. «Riportiamo pulite le strade per chi le abita e per i visitatori che arrivano». In strada c’era gente di tutte le età, e anche stranieri.

volontarioMiguel Garcia, peruviano di 56 anni, badante (ma con una laurea in ingegneria), armato di straccio e olio di gomito, dal Vigentino, spronava: «Di fronte alle ingiustizie e alle prepotenze bisogna reagire. Milano ha tutta la forza che serve per risorgere da questa brutta figura».Enza

È una risposta civile e grintosa, contro chi ha usato la violenza per rovinare un Primo maggio che doveva essere bello. E mentre si ripara il danno, non mancano riflessioni ed autocritiche. Anche di chi era nel corteo, al May Day.

«C’era la festa delle bande degli ottoni arrivate dall’estero, poi tutto si è tinto di nero. L’inizio delle tensioni è stato nettissimo, eppure gli incappucciati non sono stati isolati con forza. È mancato un gesto di responsabilità», valuta Graziano Valera, 43 anni, educatore, volontario e agricoltore urbano del movimento No-Expo.

Graziano ValeraMa il cuore del problema, alla fine, resta dentro le case e nelle scuole. Sono un po’ tutti d’accordo. Cosa si insegna ai ragazzi?
Simone Lunghi, 44 anni, insegnante di nuoto e volontario, era col figlio Samuele, di prima media. Gli mostrava le scritte, le auto incendiate, le vetrate in frantumi, i pali divelti. Gli raccontava quello che non dovrà mai fare. E puliva insieme a lui.

Simone Lunghi«Ci vorrebbe l’esercito dei White Bloc, un movimento di genitori non protettivi. Ma possibile che non vogliano accorgersi di questi figli, non riescano a fermarli, e anche a denunciarli?».

È arrabbiato. Lui, da insegnante, ne vede tante. «Altro che mamme (e papà) di Baltimora. Qui siamo troppo pronti a giustificare, la rogna nasce da lì». Un compito educativo preciso che alcuni genitori hanno tentato e fallito? «Vedere un ragazzo che a volto scoperto dice: “spaccare tutto è giusto, è la nostra protesta”, deve indurre le famiglie, tutte le famiglie, ad una seria riflessione»

Articolo di Elisabetta Andreis pubblicato il 3 maggio 2015 sul Corriere della Sera.

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