Quel senso civico che resiste in tanti piccoli gesti quotidiani.

Con Ipsos e Corriere un “barometro” per misurare la solidarietà

di Giangiacomo Schiavi

I milanesi della spugna antigraffiti. I giovani nel fango di Genova. I volontari del terremoto. Ogni volta che un’emergenza chiama, loro ci sono. Creano un valore ignorato dal Pil che si paga con l’unica ricchezza di chi è in difficoltà: la gratitudine. Come gli uomini e le donne che il sabato e la domenica indossano una divisa gialla per garantire un’ ambulanza e tutti i generosi cittadini che rinunciano al weekend per offrire assistenza a malati e anziani in ospedale o in un ospizio. E poi ci sono i genitori che si prendono cura di una scuola o di un asilo e gli operai che tengono pulito il paese usando le ore di cassa integrazione. Chi glielo fa fare?

Cosa spinge tanta gente ad attivarsi per tamponare le voragini lasciate dallo Stato inadempiente, dando un senso all’idea attiva di cittadinanza? Forse è la sfiducia nella politica fatta di (troppe) parole e di pochi esempi, il disincanto, la voglia di rinsaldare il legame con un territorio maltrattato; o la consapevolezza che oggi, come dice il sociologo Bauman, l’unico gesto rivoluzionario è fare qualcosa per gli altri. Perché rimboccarsi le maniche, suscitare speranza, constatare che se si vuole si può fare, è un modo per sentirsi utili e ognuno di noi, con un gesto, un sorriso, un atto di generosità può cambiare in meglio la vita di qualcuno, migliorare il peggio, creare uno spirito di comunità.

È nel civismo delle piccole cose che si trova il Paese migliore, quello che vorrebbe essere riconosciuto e considerato, perché surroga necessità alle quali le istituzioni non sono più in grado di rispondere. Ma c’è troppa diffidenza e un senso di sfiducia ancora alto per parlare di svolta, dice la rilevazione di Ipsos, che avvia per il Corriere un barometro del senso civico in Italia. Senso civico che va stimolato, aiutato, agevolato, insieme a quella rete di volontariato diventata negli anni una gigantesca fabbrica di solidarietà, e portato all’attenzione delle scuole come fattore educativo e di responsabilità. È il tempo dei valori, del marketing umanitario, delle varie mission, partecipate e solidali. Da più parti si ripete che le azioni positive hanno un ritorno importante anche per l’economia di un Paese. Ma la politica non vede o guarda in modo strabico l’impegno di tanti cittadini, è vessatoria con le donazioni, non agevola le detrazioni fiscali per chi agisce a fin di bene.Lo stacco troppo grande tra cittadini e istituzioni rende urgente la proposta di un’educazione civica diversa, concreta e coinvolgente per alunni e insegnanti.

Un new deal civico, nella scuola e nel lavoro andrebbe spinto e sostenuto: si impara da piccoli a diventare buoni cittadini. E per esserlo bisogna conoscere e riconoscere i propri diritti e i propri doveri. Dalla raccolta differenziata, al rispetto per l’ambiente, alla capacità a ridurre quei gesti di perversa inciviltà imbrattando i muri delle case o gettando motorini dalle gradinate di uno stadio, o ancora non fermandosi davanti alle strisce pedonali, si può far risalire il barometro del senso civico. La lotta allo spreco di cibo, di cui Expo vuole diventare la bandiera nel mondo, è un altro modo per dimostrare che la civiltà alla quale dobbiamo guardare è anche quella del recupero e della restituzione. La tutela di una comunità e dei suoi beni vale certamente più di certi squallidi indicatori del nostro Prodotto interno lordo, come la droga e la prostituzione .

@CorriereSociale

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One Response to Quel senso civico che resiste in tanti piccoli gesti quotidiani.

  1. Mauro Bosio Rispondi

    3 giugno 2015 at 19:08

    Peccato che la metà del loro tempo prezioso per la comunità i volontari spesso lo debbano consumare per evitare le sciabolate degli imbecilli con immeritato potere, che li vorrebbero annichilire.

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