Con i graffiti elettrici la città diventa arte diffusa

MILANO

La guerra è finita. Almeno in certe zone franche dove si è giunti a un compromesso tra città (intesa come ammasso di strutture tecniche e di cittadini lamentosi) e artisti (intesi come spruzzatori di bombolette spray al di fuori di ogni giro galleristico-lucrativo). Ed ecco il trattato di pace che ha la forma di un libro: Energy Box – Milano. La prima grande mostra a cielo aperto . Sono 176 pagine ipercolorate pubblicate da Skira , proprio l’editore di monografie dedicate ai maggiori artisti della storia, in cui la selezione delle opere è stata eseguita con la supervisione di Flavio Caroli, proprio il critico d’arte che da quarant’anni compie una acuta indagine in cui l’arte si intreccia alla psicologia. Marchi e padrini prestigiosi per l’espressione artistica più umile e transitoria, la street art . Murales e disegni realizzati con vernice spray e che ravvivano gli angoli più grigi della città, dalle fabbriche abbandonate ai sottopassi di periferia, e la cui esistenza subisce gli attacchi degli agenti atmosferici, delle demolizioni e delle ricostruzioni. Non è corretto definire questo libro «catalogo» perché è qualcosa di più. Intanto non si parte da una mostra raccolta in un luogo chiuso, ma da una esposizione fluida. E non ci sono tele, non ci sono performance, non ci sono accumuli di materiali poveri davanti ai quali interrogarsi alla disperata ricerca di un senso. Ci sono oltre 150 centraline di controllo dei semafori gestite da A2A, l’azienda dell’energia lombarda. Cassoni tecnici, fondamentali per gestire il traffico in città, fatti di pragmatico metallo e senza attenzione verso l’estetica. Solitamente vengono ricoperti di scritte, adesivi che pubblicizzano traslochi, volantini che annunciano l’esibizione di qualche a noi ignoto musicista peruviano o cingalese (e pure questi flyer meriterebbero una catalogazione artistico-antropologica). Davide Atomo Tinelli , uno dei primi street artist italiani, da almeno 35 anni agitatore culturale cittadino che passa con disinvoltura dal punk al PAC, ha sviluppato l’idea insieme all’associazione Evoluzioni Urbane che si occupa di cultura, arte e arredo urbano. A2A e Fondazione AEM hanno creduto in questa idea ed ecco che oltre 150 squalliducce centraline di controllo si sono tramutate in fiori, monitor, schermi di videogiochi, finestre, trompe-l’oeil, tutte fotografate da Olivia Gozzano. Si va dalla grafica all’iperrealismo, dal minimal al fumetto, dal messaggio sociale al divertissement. Perché ognuno degli oltre 50 street artist coinvolti nel progetto ha una propria personalità, un proprio stile, tutti sono immediatamente riconoscibili: la città già ospita altri loro interventi. Lo fa gratis, mostra a cielo aperto. Impossibile citarli tutti perché tutti meritano di essere citati. Ne voglio ricordare solo uno, Hemo : una notte di qualche mese fa lo vidi per caso poco lontano da Porta Nuova all’opera su una delle centraline che ho ritrovato nel libro. Vederlo al lavoro era come assistere alla creazione di un affresco, tanta era la complessità dell’esecuzione. Non tutti amano questo genere di espressione artistica, purtroppo. Non tutti riescono a comprendere la forza, l’originalità, l’onestà di chi colora le strutture urbane senza altro scopo se non l’atto pittorico che vuole nobilitare il paesaggio urbano meno nobile, quello dimenticato o raffazzonato perché tanto le periferie non meritano attenzione. Ma il cittadino-medio non ha voglia e tempo di distinguere tra vandalo, tagger, writer e graffitaro. E non sono solo gli anziani che hanno ancora un salotto e in quel salotto hanno ancora vecchie marine o ritratti di pagliacci tristi. Sono anche tanti giovani esterofili che lasciano un proprio segno ignorante in Rete. Uno sottolinea come a Barcellona i graffiti li facevano già nel 1999 ( lui ci sarà andato in gita scolastica). Inutile spiegargli che proprio in questi giorni, 26 anni fa, moriva un tale Keith Haring forse il primo ad avere sdoganato i graffiti a fine Anni 70 e che nel 1989 era già talmente celebrato da essere stato chiamato a Pisa per realizzare un murale che decora la parete di un antico convento. Un altro se la prende addirittura con le centraline di controllo: «”Il cubismo all’italiana che schifo!!! Anche all’ estero ci sono i semafori, ma sui marciapiedi non si vedono tutti quei mobiletti che rovinano il paesaggio delle strade». E che forse emettono onde psichiche con cui ci controllano il pensiero…

ARTICOLO DI TOMMASO LABRANCA DEL 13 FEBBRAIO 2016, LIBERO

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