MURI DA SALVARE

BOLOGNA

Da Dado a Blu, muri da salvare

A POCHI giorni dall’inaugurazione (17 marzo) a Palazzo Pepoli, Museo della Storia di Bologna, della mostra ‘Street Art-Bansky & Co. L’arte allo stato urbano’, esce per la Bononia University Press un volume di Luca Ciancabilla, docente di Teoria del restauro e Storia delle tecniche artistiche nella nostra università. Il libro – che si presenta oggi alle 11 all’Oratorio dei Battuti di Santa Maria della Vita, con Fabio Roversi-Monaco, presidente di Genus Bononiae che produce l’avvenimento, l’autore (anche curatore della rassegna con Christian Omodeo e Sean Corcoran), il restauratore Camillo Tarozzi e l’ex direttore dell’Opificio delle Pietre Dure Giorgio Bonsanti – si intitola ‘The Sight Gallery’, e nel sottotitolo ‘Salvaguardia e conservazione della pittura murale urbana contemporanea a Bologna’ serve ottimamente come prologo all’esposizione, ne svolge gli intenti ed entra nel dibattito suscitato dal progetto di distaccare i graffiti d’autore dalle pareti pubbliche. Ciancabilla usa ampiamente la tastiera dello storico. Risale agli anni ’80 di Russty Dayaki, Dado, Lollo e tanti altri; valorizza come si deve il duo Cuoghi-Corsello e la leggendaria Pea Brain, simbolo del «sogno di fare di Bologna un’ocopoli». «Palazzi e edifici abbandonati – scrive precisamente Ciancabilla – , prima scialbi e decadenti, si trasformavano in aree straordinariamente pulsanti… secondo un ritmo cadenzato governato da un ordinato e probabilmente inconsapevole ‘horror vacui’».

FINCHÉ, allo scadere del secolo scorso, irrompe il genio di Blu: «l’arte figurativa su muro tornava alla ribalta, a segnare consapevolmente le vie e le strade di una città che fin dal Medioevo aveva visto i migliori pittori locali impegnati nella più nobile delle tecniche artistiche». Il legame tra i maestri del graffito e i frescanti della ‘Felsina pittrice’ è stabilito. Non c’è posto, nel ragionamento, per il vandalismo grafico e Bologna, «città ideale» per l’arte urbana, attende di trasformarsi, per l’autore, in «città esemplare», ossia «in un modello unico nel panorama italiano, in un luogo perfetto dove l’urban art, gli esempi di street art del passato, del presente e del futuro dovrebbero evolversi a protagonisti del tessuto architettonico e urbano…». Siamo lontanissimi dalla rivalutazione degli imbrattamuri da strapazzo. Qui, semmai, scatta il quesito dei quesiti: se si debbano tutelare le opere sottraendole al loro contesto ‘stradale’, o se ciò che è nato per i muri sui muri debba restare, pena l’erosione del tempo e delle intemperie. Ed ecco la conclusione chiara di Ciancabilla: «Al di là della possibilità o no del restauro in loco, solo quando non vi sia altra soluzione, solo qualora lo strappo venga utilizzato come ‘extrema ratio’, la destinazione di quelle stesse pitture allontanate dal loro muro non può che essere quella museale, nel caso di Bologna se non le sale della Pinacoteca Nazionale, quelle del Museo della Città», con la sue testimonianze della tradizione artistica locale. Non si sono salvati, così, tanti antichi, preziosi affreschi?

IL RESTO DEL CARLINO

Arte di strada: lo strappo sugli strappi

Si discute tra chi vorrebbe tenere i graffiti là dove sono stati eseguiti e chi vorrebbe musealizzarli

Bologna. Dopo le polemiche relative ad alcuni «strappi» effettuati per l’occasione arriva presso Palazzo Pepoli – Museo della storia di Bologna di Genus Bononiae la rassegna «Street Alt – Banksy & Co. L’arte allo stato urbano» (catalogo Bononia University Press). L’appuntamento, previsto dal 18 marzo al 26 giugno, curato da Luca Ciancabilla, Christian Omodeo e Sean Corcoran, riunisce 250 opere di Banksy, Cuoghi Corsello, Blu, Dado, Rusty, Dondi White, Keith Haring, Lady Pink e numerosi altri tra i principali autori del genere che fanno il punto sul mondo del graffitismo, fenomeno urbano artistico nato- ormai cinquant’anni fa. Sul finire degli anni Sessanta del secolo scorso, infatti, prendono piede contemporaneamente in varie città occidentali alcune pratiche artistiche urbane che ridefiniscono la nozione di arte nello spazio pubblico: l’etichetta che la critica assegna a questo linguaggio, in genere legato alla cultura pop, è appunto «Street art». La mostra di Palazzo Pepoli, nata da un’idea di Fabio Roversi-Monaco, presidente di Genus Bononiae, e realizzata in collaborazione con Arthemisia Group, si articola attorno a tre tematiche diverse: «la città dipinta», «la città scritta» e «la città trasformata». La prima parte offre una retrospettiva sul lavoro ultimo di Banksy, Blu e del duo • brasiliano degli Osgemeos, messo a confronto con alcuni affreschi antichi e opere coeve di Blek le Rat, Invader, Faile, Dran, Ben Eine, Daim, Swoon e Ron English, Obey. «La città scritta» è invece una rilettura storiografica della «tag». firma caratteristica della nostra epoca, con esposizione di Tommaso Tozzi, i graffiti punk olandesi di Dr. Rat oltre a video, installazioni, dipinti e fotografie di altri graffiti writers. «La città trasformata» è infine dedicata alla città principe della Street art, la New York degli anni Ottanta, con esposizione di lavori di Keith Haring, Paolo Buggiani, John Fekner e Don Leitch oltre alla presenza della collezione del pittore statunitense Martin Wong, donata al Museo della Città di New York e contenente prove di Jean-Michel Basquiat, Christopher «Daze» Ellis, Futura, Keith Haring, Lady Pink e Lee Quinones. Il graffitismo a New York, del resto, era stato nel 1984 il tema della mostra

«Arte di Frontiera», allestita proprio a Bologna nell’allora Galleria d’arte moderna (oggi MAMbo) e curata da Francesca Alinovi, poi tragicamente scomparsa. Si diceva delle polemiche, con due «partiti» che si sono formati relativamente alla scelta di strappare alcuni lavori realizzati senza permesso su muri bolognesi: i favorevoli ritengono che in questo modo si siano salvate opere che sarebbero andate irrimediabilmente perdute, mentre i contrari allo strappo, con conseguente ricovero dei graffiti nei musei, hanno dichiarato che così si nega la funzione pubblica della Street art. n progetto di «strappo» e restauro è stato condotto dal laboratorio di restauro Camillo Tarozzi, Marco Pasqualicchio e Nicola ^ Giordani e ha riguardato, ad esempio, 1 un’opera del 2003 di Blu, il murale del- = la facciata delle ex Officine Cevolani, J destinate alla demolizione.

Stefano Luppi, GIORNALE DELL’ARTE

ARTICOLI DEL 5 MARZO 2016

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